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Jamaica Bar

Dal 1911 in via Brera, il bistrot dove Milano si dà appuntamento per bere, mangiare e discutere di tutto

«Ci si vede al Jamaica». È una frase che a Milano gira da generazioni, e che dice già molto di questo indirizzo a due passi dall’Accademia di Brera. Nato come fiaschetteria di quartiere, frequentata da artigiani e sartine, nel dopoguerra si è trasformato senza un piano preciso in un bistrot bohémien, popolato da artisti, intellettuali e flâneur.

La «libera università» di Brera

Il nome è esotico, l’anima è milanese ma anticonformista. Lo hanno definito «libera università», «scuola di democrazia» e «ufficio di collocamento delle idee»: tra questi tavoli la conversazione conta quanto quello che c’è nel bicchiere, e mette insieme generazioni, mestieri e opinioni diverse.

Il libro dei frequentatori è un pezzo di storia culturale italiana. Qui sono passati Piero Manzoni e Lucio Fontana, Allen Ginsberg e Salvatore Quasimodo, fotografi come Ugo Mulas e Alfa Castaldi. E ancora Achille Castiglioni ed Ettore Sottsass, Fiorucci, Dario Fo, Paolo Poli, Mariangela Melato, Giorgio Gaber.

L’arte alle pareti

Vivere accanto all’Accademia ha lasciato il segno, e l’arte al Jamaica è una presenza quotidiana. Il locale ospita periodicamente mostre ed eventi culturali, con nomi affermati ed emergenti e linguaggi diversi: pittura, ceramica, fotografia, grafica. Per i cento anni, le immagini di Ugo Mulas, Alfa Castaldi, Carlo Orsi e Uliano Lucas hanno raccontato proprio la vita del bar.

Il locale è aperto tutti i giorni dalle 10 alle 2 di notte, con una carta di cucina e una di cocktail. Per chi arriva a Milano è uno di quei posti che spiegano la città meglio di una guida.


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